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attacchi di panico

Il disturbo d’attacchi di panico: quando l’ansia supera la fantasia

Gli attacchi di panico sono una delle esperienze più terribili che possano capitare. Ti manca l’aria, credi morire, ti pare che il mondo sia “strano”, che il tuo corpo sia “strano”. Solo chi ha sofferto di un attacco di panico (circa 1% degli italiani ne soffre) sa di cosa sto parlando. Eppure, a dispetto di tutta questa sofferenza, nessuno è mai morto per un attacco di panico. E nessuno ne morirà mai.

É difficile riassumere in poche parole perché si abbia un attacco di panico. Per semplificare, potremmo dire che tutto ciò che non riusciamo ad elaborare e ad affrontare, e che ci ostiniamo a mettere sotto il tappeto come fosse polvere da nascondere, deve venire fuori “con gli interessi”. Proprio come un palloncino che, gonfiato troppo, scoppia.

 Tutto ciò ha un corrispettivo a livello fisico: infatti sappiamo bene che gli attacchi di panico sono associati ad alcune alterazioni a livello dei neurotrasmettitori cerebrali, che risultano alterati nella loro capacità di veicolare le informazioni necessarie alla vita di tutti i giorni e di farci “funzionare” bene. Certo, sto semplificando molto, e non voglio assolutamente dare l’impressione che riduca tutto ad un funzionamento “chimico” del nostro cervello; ma voglio anche darvi un’idea di cosa accade “dietro le quinte”, così come un meccanico vi potrebbe spiegare perché la vostra automobile non si accende, e non solo limitarsi a dire “c’è qualcosa che non va!”. Ma un’altra cosa mi preme sottolineare, per farvi capire come lavora il nostro cervello. Semplificando molto, il cervello è fondamentalmente stupido: se, in occasione dell’attacco di panico, ha registrato che il cuore batteva molto forte (tachicardia), ogni qual volta sentirà il cuore battere forte ci metterà in allarme, proprio come se stesse per venirci un attacco di panico. Ma non è tutta ansia quella che sembra. E, per nostra fortuna, ci sono parecchie strategie che possono aiutarci a stare meglio.

Innanzitutto, bisogna accettare di avere un problema, e parlarne con qualcuno che possa aiutarci. Se non c’è consapevolezza, non può esserci aiuto, e a passare da una condizione di sofferenza minima alla paura di non uscire di casa se non accompagnati la distanza, purtroppo, può essere breve. Sulle prime, pensando di avere un infarto od un malessere fisico, vi rivolgerete sicuramente al medico di famiglia o ad un cardiologo, e farete benissimo: perché un medico saprà rassicurarvi e di certo indirizzarvi ad uno specialista per inquadrare il problema ed aiutarvi a risolverlo. E qui voglio sfatare il primo dei grandi tabù legati alla psicologia/psichiatria: chi si rivolge ad uno specialista di questo tipo non è “pazzo”. In tanti anni di carriera, non ho mai visto “pazzi” e non so nemmeno cosa siano; ho conosciuto persone sofferenti, persone che chiedevano aiuto, ma “pazzi” mai. Il secondo mito, è che rivolgersi ad uno psichiatra significhi prendere farmaci, molti farmaci.

Uno psichiatra sa benissimo quando è giusto prescrivere un farmaco, così come sa quando non è necessario farlo. Nel caso degli attacchi di panico, la scelta di praticare una terapia farmacologica deve tenere conto di diversi fattori: la gravità dei sintomi, la durata della sintomatologia, la possibilità di praticare, in associazione o meno, una psicoterapia. Spiegare una per una, tutte queste variabili non è possibile; basti pensare che, una decisione apparentemente così complessa, si risolve con un colloquio tra terapeuta e paziente, stabilendo una fruttuosa alleanza terapeutica. È tramite il colloquio che si stabilirà cosa fare e come farlo. In sintesi, però, voglio ribadire una cosa: il trattamento può anche essere soltanto psicoterapico, ma va valutato da caso a caso.

Altro mito da sfatare è che l’ansia si “curi” con gli ansiolitici. Gli ansiolitici possono essere dei farmaci efficaci in un primo momento di trattamento, perché alleviano velocemente i sintomi, ma vanno inseriti nel contesto di una strategia terapeutica condivisa con lo psichiatra, che saprà prescriverli per il tempo necessario ed al dosaggio più opportuno, associandoli a farmaci più efficaci ma più lenti a funzionare. Parlo degli antidepressivi che, nonostante il nome, sono i farmaci di prima scelta nel trattamento dei disturbi d’ansia. Infatti, la depressione e l’ansia condividono cause biologiche comuni (i neurotrasmettitori di cui parlavo prima).

Quindi, non fatevi spaventare dal nome (Antidepressivi? Io non sono depresso!) e ponete allo psichiatra tutte le domande che sono necessarie a chiarire i vostri dubbi. Meglio una domanda in più che un dubbio che vi portate a casa. E se in passato non avete ottenuto i risultati sperati, non gettate la spugna: una piccola percentuale di attacchi di panico “resiste” ai comuni trattamenti, ma non per questo non può essere trattata. Queste condizioni richiedono terapie un po’ più articolate, con associazioni di farmaci di secondo livello che soltanto gli psichiatri più esperti sanno usare. E non pensate di fare le cavie da esperimento: non ci si inventa niente, ci sono pagine e pagine scritte sull’argomento e linee guida fatte da esperti del settore. E poi magari scopri che nessuno dei medici interpellati ha cambiato terapia, muovendosi sempre con le stesse molecole, o consigliato una psicoterapia associata al trattamento farmacologico; e, quindi, scopri che non proprio tutto è stato fatto, e che non è il momento di perdere le speranze. Si può sempre cercare una strategia, quando tutto manchi, che aiuta chi sta male a stare meglio, se non proprio a stare bene. Uno psichiatra dovrebbe arrendersi soltanto di fronte all’impossibile; e l’impossibile non è tanto frequente, per fortuna.

About the Author:Lo Staff Psichiatria e Psicoterapia